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  sab.  29.02.2020 
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I boscaioli

 


I BOSCAIOLI

  In valle i boschi più estesi sono le faggete, che ricoprono gran parte della superficie fino a 1.500 m. sul livello del mare. Più in basso invece dominano il castagno, il frassino, le betulle, il rovere, il tiglio, il tasso ecc.

Nell’alta valle vi sono anche boschi di larice e pino, come in Vigezzo. I boschi cedui di faggio si tagliavano ogni 15 – 25 anni e fornivano legname da ardere e per la produzione del carbone. Col legno di faggio si facevano madie, arcolai, appendiabiti, manici di zappe e vanghe, zoccoli, forme per le scarpe ecc. Dai semi si ricavava ottimo olio e le foglie secche servivano per imbottire i tipici sacconi dei letti e come strame nelle stalle.


Una delle principali occupazioni era la fabbricazione delle lencistre. Ancora oggi per ottenerle l’artigiano toglie la corteccia a un ramo di nocciolo appena colto, diritto e senza nodi, con il falcetto, adoperando dalla parte opposta a quella tagliente, per non rovinare il libro da cui si otterranno poi le lencistre. Fa quindi una piccola incisione sul legno, profonda un paio di millimetri, praticamente spezzando la fascia di crescita, poi lo piega leggermente facendo leva sul ginocchio in modo che se ne stacchi solo lo spessore di una fibra. La lancistra è larga 7-8 mm, spessa 1-2; si presenta umidiccia ed è lunga, se l’artigiano è abile, come tutto il bastone.
Il legname da costruzione si ricavava soprattutto dalle piante sparse nelle praterie; noce, castagno, frassino, ciliegio, rovere e betulla.

I boschi rappresentavano il vero patrimonio economico per i Comuni della valle, perché la loro vendita era l’unico introito per pagare la realizzazione di opera pubbliche.
Con l’abbandono dell’agricoltura e degli alpeggi, la vegetazione spontanea ha ricoperto praterie, campi e cascine. Il patrimonio boschivo non costituisce più una fonte di reddito importante per la gente del luogo: anche qui è arrivato il metano, benché vi siano molti che utilizzano ancora la legna per le stufe.

Il taglio dei boschi ha luogo generalmente in autunno-primavera. Una volta gli alberi di alto fusto venivano selezionati sul posto, dopo di che, tramite teleferica, venivano trasportati verso luoghi dove era possibili caricarli sui carri e sui mezzi rotabili motorizzati per essere avviati verso le zone industriali dove si procedeva alla loro lavorazione. Quando un bosco doveva essere tagliato, venivano costruite delle baracche dove i boscaioli (buratt) potevano rifugiarsi. Per dormire si usavano letti fatti con rami e paglia. Il cibo abituale era la polenta al mattino e alla sera un po’ di minestra.

Ogni squadra di boscaioli era formata da 20 o 25 uomini con molta esperienza nel taglio dei boschi; erano soliti portare con sé anche due bambini come bocia: essi dovevano svolgere piccole commissioni, come fare la spesa, portare la posta ecc. Dopo la costruzione delle baracche iniziava il vero e proprio taglio. Ogni boscaiolo doveva tagliare circa 100 mq. di bosco, se il taglio avveniva a contratto, e riceveva un tanto per ogni metro quadrato tagliato. Ogni operaio in una stagione poteva lavorare fino a 1.000 quintali di legname. Isolati completamente dal mondo civile, i boscaioli di un tempo non avevano sicuramente la vita facile, anche se vissuta all’aria aperta. Oggi questo mestiere è diventata una professione altamente qualificata e ricercata.

Gli attrezzi del boscaiolo erano l’accetta e la scure, il segno per tagli trasversali, la sega (resiga), il sappino (sapìn), la roncola (falò or) e la lima (triangul or). Per il taglio longitudinale si usava il trentìn, sega lunga cerca due metri e posta in mezzo a un telaio, che veniva azionata da tre uomini dall’alto in basso: uno stava sopra, gli altri due sotto.
Con la legna dei boschi si produceva anche il carbone, molto costoso e ricercato, che i carbonai di allora (carbunitt) portavano a spalla in capaci sacchi di juta dal posto di fabbricazione al fondo valle.

Per quanto riguarda la localizzazione dei boschi, a Cavaglio vi erano le carbunere in biutt, al Mutin da Bedla, a Rovassa, alle Biuse ecc. Dopo aver insaccato il carbone, sia donne che uomini lo trasportavano a valle con le gerle, poiché a quei tempi non vi erano teleferiche. Si ricordano i seguenti carbunitt: Aurelio Ferrari, Enrico Bortolazzi e Giovanni Ferrari. I boschi dove era consentito tagliare il legname erano Napianca, Lavarnone, Serta, Riveda, Cruscina, Rovassa, Culman e altri intorno al paese.


A Falmenta i boschi più estesi erano quelli del Marsig, Mazzarocco, Valdo, Mugnè, Val dal Cor, Testa di Barro, Mederbè, Biuse, Muriac, Larec, Sasso, Brana, Làvà (Crealla). Per il trasporto della legna vi erano numerose teleferiche. A Falmenta vi erano carbonaie sul monte Mazzarocco, in Cansarnia. Mosè Milani è stato forse l’ultimo a lavorare nelle carbonaie della Cansarnia ed aveva come garzoni Luigi Piazza e Gianni detto Giani del Martòff.
A Calachina furono provetti carbonai Giovanni Minoletti, Colombo Ferrari e Luigi Cantoni.

I boschi di alto fusto ubicati sul territorio di Cursolo-Orasso, si estendono su 674.000 mq, mentre il bosco ceduo rappresenta una superficie di 6.336.652 mq.
A Gurro i boschi più estesi erano quelli di Spundàl, Pignulàt, Lidesch, Valm. Tra i boscaioli di Gurro si ricorda Samuele Patritti (Capàr), Antonio Dresti (Pesa), Battista Porta (Boracìn), Luigi Patritti, Francesco Patritti (Tsìsar), Antonio Cerioli (Privàt) e Giacomo Bergamaschi (Santin), Ferdinando Bergamaschi (Càpit), Tommaso Bergamaschi (Càpit), Francesco Bergamaschi (Càpit), Primo Bergamaschi, Pietro Patritti (Tsìsar), Maurizio Dresti.
Enrico Generelli di Orasso era capo boscaiolo a Pogallo e sotto di lui lavoravano una trentina di boscaioli di Gurro e Orasso.

Per quanto riguarda il trasporto, anticamente nelle valli era diffusa la fluitazione come mezzo di trasporto del legname. In valle Cannobina uno dei luoghi dove avveniva è al monte Calagno di Gurro, al “Piano della Serra”. Si faceva lo sbarramento del torrente nel luogo, molto visibile, in esce dal piano, prima di inabissarsi nelle marmitte dei giganti (Bùràc) poste poco più in basso. Le memorie dicono che si dava il via alla diga tre volte all’anno.



 


 








Comunità montana Valle Cannobina Cavaglio Spoccia, Fraz. LUNECCO 0323.77388